• Un anno. Un anno sembra un’enorme perdita di tempo. Enorme, devastante. Che ti mette il dubbio di aver sbagliato tutto e più vai avanti più temi di star percorrendo la strada sbagliata. E invece, a volte, un anno serve tutto per capire, per capirsi, per capire quale sia la direzione giusta, per capire cosa si vuole, quali sono i propri obiettivi e cosa serve per raggiungerli, e soprattutto se ne vale la pena.

    Eccomi qui, a distanza di un anno, per dirlo: sì, ne vale la pena. Vale la pena la fatica, la sofferenza, il sentirsi sempre un passo indietro agli altri, sempre insicuri, sempre impotenti davanti alle proprie paure. Vale la pena passare attraverso tutto ciò per arrivare anche al più piccolo misero traguardo, al primo scalino da salire. Due giorni fa ho dato anali 1, un esame che a Fisica è come E venne il giorno (The Happening), ovvero o ti uccide o ti induce al suicidio. Analisi 1 è un grande scoglio da superare per tutti e ieri il mio cellulare si è illuminato con la notifica di una mail arrivata nella mia casella di posta dell’università. Sull’oggetto l’enorme scritta “RISULTATI ANALISI 1”. La paura. Per la prima volta, dopo un anno, avevo dato quell’esame presentandomi preparata, capendo cosa mi veniva chiesto e con gli strumenti per poterlo risolvere ed ero soddisfatta del mio lavoro, di come avevo studiato, di come avevo svolto lo scritto. Ma, improvvisamente, la paura di essermi per l’ennesima volta sopravvalutata. Non finisce tutto una volta consegnato il foglio, bisogna aspettare il verdetto. E il verdetto è stato positivo.

    Tutti questi mesi ho studiato cercando di tatuarmi nella mente una sola immagine, il momento in cui avrei passato quell’esame e avrei dimostrato a me stessa di essere in grado. Non volevo quasi pensare a cosa avrei provato se non fossi riuscita perché nella mia testa prendevano vita solo visioni catastrofiche. Per me era quasi vita o morte. “Non posso non passarlo”, questo mi ripetevo. Era il mio obiettivo. Ed avere un obiettivo così forte, così importante mi ha aiutato, mi ha dato la spinta e la carica per affrontare questi mesi con meno complessi. Il problema di studiare è che uno finisce col passare più tempo a rimuginare su quanto gli manca, su quello che avrebbe dovuto fare, sul fatto che dovrebbe studiare di più, al posto di studiare davvero.

    Sono felice di questo percorso, sono felice perché è servito, e fino all’ultimo ho avuto il dubbio di star girando a vuoto, di non avere abbastanza motivazione, passione, determinazione e alla fine ho capito che sono parole finte. Parole vuote alle quali attribuiamo significato per poterne percepire la mancanza, come se fossero un nostro difetto, delle caratteristiche che non ci appartengono. Per giustificarci. La verità è sempre che parte da noi, bisogna cercare dei motivi per appassionarsi, degli obiettivi da perseguire, dei metodi per capire come procedere. Ho pensato di non arrivarci mai, di non essere in grado di impegnarmi in nulla nella vita e di dover lasciar perdere tutto.

    Ma è passato un anno. E, ve l’ho detto, in un anno si possono scoprire così tante cose belle e brutte su sé stessi che a volte possiamo rimanere impressionati dalla nostra capacità di apprendere e cambiare, di evolvere e migliorarci. Mi basta questa piccola spinta per sapere, d’ora in avanti, che questo è il posto in cui voglio stare e che, nonostante la fatica e il senso di inadeguatezza che torneranno presto a trovarmi, ne vale la pena. Sì, ne vale la pena.

    Camilla

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    InSight è su Marte – Il Post

    Il bello della scienza è l’ampiezza di visione che ti concede. È sia il bello che il brutto. È quella sensazione di mal di stomaco che ti viene mentre studi e ti rendi conto di quante cose ancora devi sapere, di quanto è vasta la conoscenza che puoi acquisire e che ancora devi acquisire, di quante cose che ci sono da sapere. È quella sensazione di non arrivare mai. Ed è proprio per questo, io credo, che si sceglie di intraprendere un percorso scientifico, un percorso incentrato sulla ricerca, perché esattamente come si è schiacciati dal non giungere mai ad un punto, dal non sapere mai abbastanza, si è spinti e stimolati ad andare sempre oltre, a cercare sempre di più. Il “quante cose ci sono da sapere” diventa un “quante cose ci sono da scoprire”.
    Comprendere il mondo ci permette di comprendere noi stessi, e forse l’uomo studia le stelle per non sentirsi sulle spalle il peso dell’esistenza, ma piuttosto per rendersi conto di far parte di qualcosa di immenso, preciso, casuale e bellissimo.
    Questa secondo me è la scienza. 
    Cerchiamo noi stessi andando sempre più lontano, a scovare la meraviglia dell’inimmaginabile.

     

    Camilla

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    Ed eccoci qui. Secondo anno. E’ passato un secolo dal primo giorno di università eppure a me sembra che tutto quel tempo trascorso si sia magicamente volatilizzato. Sono di nuovo qua. Biblioteca della facoltà, computer a portata di mano, quaderno di algebra, nozioni base sui connettivi logici. E’ un fottuto dejavu. Eppure qualcosa di diverso c’è, (sarebbe strano il contrario), una sorta di nuova consapevolezza, di pacato ottimismo. Cerco di partire con un atteggiamento insolito per i miei standard, ovvero senza crearmi aspettative irrealistiche, senza eccedere in entusiasmi ingiustificati e senza, allo stesso tempo, demotivarmi per le difficoltà più comuni ed insignificanti. Sono risalita su questa nave convinta di quello che facevo, sapendo che il mare sarebbe stato agitato anche stavolta, ma la differenza è che ora so quello che mi aspetta, so di avere delle potenzialità, e so che, mettendocela tutta, posso domare questa tempesta. Metafora un po’ infelice ma rende significativamente l’idea. Ho capito una cosa in queste ultime due settimane di studio matto e disperatissimo. Diverse persone a me care ritengono che questa mia decisione di studiare fisica sia una sorta di punizione che mi infliggo, di tentativo vano di dimostrare qualcosa agli altri e a me stessa, intraprendendo una strada impegnativa e per la quale non sono portata. Insomma, dovrei essere spinta da una sorta di masochistico intento. La faccenda è un po’ più complessa, nonostante non nego di essere un asso nell’auto-fustigazione. Ho scelto di studiare una cosa che mi interessa, se avessi voluto barcamenarmi in qualcosa di complesso del quale non me ne frega un cazzo avrei scelto medicina, ingegneria meccanica o che so io. Ho scelto fisica perché mi affascinava e perché trovavo triste il fatto di indirizzarmi verso una facoltà per il semplice fatto che sarei stata molto brava, certo sarebbe stato più semplice e meno frustrante. Ma credo che nella vita prima o poi sia necessario confrontarsi con qualcosa che non ci viene bene, con qualche vittoria non gratuita. Ho pensato che fosse quello che mi serviva.

    Ho notato che un’idea diffusa tra molte persone è che le materie scientifiche siano una questione di talento, di attitudine, di testa. O ce l’hai o non ce l’hai. Molti mi chiedono addirittura “Ah, fisica, ma dopo cosa vai a fare?”. Non capisco molto il senso di domande di questo tipo, soprattutto quando si tratta di un corso di laurea come Fisica. E’ come se la maggior parte delle persone fosse convinta che una volta laureati gli unici sbocchi possibili siano diventare un astronauta o scoprire la teoria della relatività o, in alternativa mendicare sotto i ponti. La verità è che Fisica, come altre materie di carattere scientifico, non danno una formazione prettamente nozionistica, ma permettono di sviluppare metodi di ragionamento, capacità di problem-solving, e tutta una serie di competenze trasversali molto utili in un sacco di ambiti che potrebbero non avere nulla a che vedere con il mondo della ricerca. Io credo che anche quest’aspetto sia molto affascinante, e vorrei scavare per vedere il modo in cui la mia mente può diventare elastica. Mi è piaciuto osservare, in quest’anno che è passato, quanto è cambiato il mio modo di ragionare e di gestire i problemi, il metodo di studio che ho modificato in continuazione adattandolo alle mie esigenze.

    Ed ecco il segreto: metodo. I ragazzi più brillanti del mio corso non erano talentuosi Will Hunting, non leggevano i libri ed in un attimo ogni concetto gli si imprimeva con chiarezza nella mente senza fare il minimo sforzo. Erano ragazzi con una chiara propensione per la matematica e la fisica e con un metodo sedimentato di studio. Nessuno di questi ha passato gli esami con facilità o senza studiare, anzi, molti di loro hanno studiato molto di più di quelli che, come me, erano maggiormente in difficoltà. Il loro vantaggio più grosso credo fosse proprio il fatto di avere, negli anni trascorsi al liceo, sviluppato la capacità di studiare tanto e per tempi prolungati, sbattendo la testa su concetti spesso ostici senza farsi abbattere ma, anzi, stimolare dalla difficoltà. Insomma, credo si tratti di abitudine ad avere a che fare con cose che non si capiscono. Non è banale. Io nella mia esperienza di liceale ho sempre capito tutto con poco sforzo e poco impegno. Poi ti ritrovi, all’università, catapultato in un mondo in cui neanche l’impegno a volte basta.

    Quindi il piano è questo. In parole povere: imparare ad impegnarmi. Voglio raggiungere questa nuova sessione sapendo di aver fatto il massimo, voglio capire veramente di cosa posso essere capace e sono stufa di vagabondare tra esami non fatti con la coscienza sporca per la consapevolezza di non aver dato abbastanza. E forse anche questo è uno degli insegnamenti più importanti della vita universitaria, o della vita in generale. E cioè che, a volte l’unica possibilità è fare del proprio meglio, il nostro organismo ci impedisce di fare diversamente attraverso iniezioni continue di senso di colpa. È quel modo che il nostro cervello ha per dirci: “svegliati, la vita è una, e vivila, che cazzo!”

     

    Camilla

  • Piccola parentesi introduttiva. L’ultimo articolo era tra le bozze da tre mesi grosso modo. Si parlava, non a caso, di pigrizia.

    La situazione attuale: ho mandato all’aria le mie vacanze estive condannandomi a studiare analisi per tutto agosto, sono ingrassata di sei chili, ho passato due esami su nove e non ho il moroso ma solo qualche occasionale innocua scopata. Ciò premesso, non ha senso piangere sul latte versato. Il problema dov’è stato? Beh, l’ultimo esame che ho dato è stato Laboratorio, a luglio. Una volta dato quello ho pensato di prendermi una settimanella per rilassarmi e riflettere sul mio futuro. La settimanella è diventata tre settimanelle e la riflessione con annesso piano di studi tattico per l’estate è diventato l’accozzaglia di dubbi, paure, angosce, perplessità, pianti e desiderio di morte. Prevedibile in realtà, sono io ad essere sempre troppo ottimista. Mi sono ritrovata ad avere sette esami da preparare, per la metà dei quali avevo cessato di seguire le lezioni perché non capivo, non riuscivo a seguire e l’avevo trovato inutile. Non sai mai se ti sopravvaluti o ti sottovaluti ma nel dubbio si fa sempre la scelta sbagliata. Insomma, m’è salito il panico. E’ diverso studiare molto e avere difficoltà a passare gli esami, tentandoli ugualmente tutti. Non nego che sia frustrane, anzi, ma è diverso. Se si è sufficientemente positivi si sa che va solo raddrizzato il tiro e con un po’ di insistenza si vedrà la luce alla fine del tunnel. Ma cosa fai quando ti sembra di avere un problema ad impegnarti? A metterti a studiare? Ad organizzare i tuoi esami e tentarli. La verità è che in tutto l’anno ho provato realmente due esami, gli altri a cui sono andata non erano dei tentativi, andare a provare una maratona dopo essersi allenati solo un giorno non è provare, è andare a vedere quanto si è inadeguati. Vedete? E’ una difficoltà completamente diversa. Gli amici e i parenti ti dicono di provare comunque quell’esame per cui non sei sicuro ma non sanno che tu hai conoscenze e competenze per un sesto di quelle necessarie anche solo per affrontare l’esame. Così che senso ha? Ho capito che il problema, il vero problema di questo primo anno in realtà era questo. I concetti difficili si possono capire, ci metterete il vostro tempo e alla fine ce la farete. Ma imparare ad impegnarsi non è altrettanto banale. Ho deciso di intraprendere questa strada per pochi validi motivi: venivo da un ambiente e da un’esperienza scolastica in cui ero sempre riuscita ad essere straordinariamente brava senza fare eccessivo sforzo e le poche volte in cui è capitato di notare che il poco impegno poteva non rendere altrettanto mi ha gettato nel panico. Ho capito che era un mio limite, una cosa con la quale prima o poi mi sarei dovuta confrontare e sentivo che era il momento di farlo. Non avevo certezze sul futuro, o vocazioni particolari e fisica mi affascinava anche se la conoscevo e capivo poco. Ho scelto di provare e ho pensato ingenuamente che avrei semplicemente messo anima e corpo nello studio, che avrei dato il massimo e con calma avrei raggiunto i risultati. Ho dato per scontato di essere in grado di dare il massimo, e non è stato così. Ogni fallimento, ogni fatica diventavano la concreta espressione della mia inadeguatezza. Ho sofferto nel vedermi così allo sbaraglio, così piccola in confronto agli altri, così incapace di gestire la frustrazione, la paura, così priva di determinazione, passione, motivazione. Ogni volta affrontare lo studio, soprattutto all’inizio, mi riempiva di ansia, ancora prima di iniziare mi spaventava l’idea di non capire immediatamente ciò che avrei studiato, di sentirmi stupida. L’anno è proseguito così. Non senza miglioramenti nel metodo, non lo nascondo e ne sono felice. Ma il confronto con gli altri e con me stessa è sempre lì.

    Ho deciso, questo mese, di dedicarlo allo studio anche perché sentivo che avrebbe dovuto essere una sorta di allenamento psicologico. Il fine primario non è passare quest’esame anche se chiaramente ci terrei molto, ma è stato riuscire a studiare un po’ ogni giorno, volta per volta, darmi dei tempi, ottimizzare le mie risorse e preparare analisi in maniera un po’ più superficiale ma più efficace. Lo scopo era accettare i miei limiti, accettare i giorni in cui non avrei avuto voglia e motivazione e trovare piccoli escamotage per fare ugualmente qualcosa di utile, arrivare a fine giornata soddisfatta, contenta di aver svolto il mio lavoro anche se a volte i risultati non sono quelli sperati. Ho accettato i momenti no, e i momenti di demotivazione e ho capito quando era meglio lasciar perdere e riposare la testa perché troppo schiacciata da pensieri inutili. Bisogna imparare a conoscersi e a non imporsi su sé stessi al di là delle proprie capacità. Prima bisogna entrare in confidenza con il proprio cervello, con il nostro modo di ragionare e di reagire alle cose. Una volta che avremo imparato ad essere indulgenti potremo alzare l’asticella e pretendere un po’ di più. Così si migliora, a piccoli passi.

    Io spero di averlo imparato un pochino quest’anno.

    Camilla

  • L’utilità e lo scopo di questo blog diventano sempre più esigui. Il mio ruolo di motivatrice è altrettanto dubbio, ma non per questo si lascia perdere. Confido in quell’unica piccola matricola spaventata come me che avrà il culo o la sfortuna di incappare in questi articoli e magari sentirà di avere qualcosa in comune con me, sentirà di non essere solo. Quindi gambe in spalla e procediamo.

    La mia buona volontà nel frequentare le lezioni si è sciolta come un ghiacciolo al sole dopo la seconda o terza lezione di meccanica. I problemi di fondo sono due: l’ottusità della mia mente e l’attitudine del professore a spiegare concetti complessi come se li stesse raccontando ad un gruppo di fisici esperti che si rigettano nei fondamenti di meccanica giusto per diletto. Ora, le mie conoscenze di meccanica prima di iniziare erano una cosa del tipo “ah già, è vero che esistono le tre leggi di Newton”. Ora le mie conoscenze di meccanica sono “hey, esistono le tre leggi di Newton”.

    Scherzi a parte, la materia è più che affascinante, è complessa ed intricata, ma apre una piccola minuscola porticina sulla comprensione di fenomeni che parrebbero banali. Per appassionarsi alla fisica di base bisogna percepirne la difficoltà, l’astrattezza, perché la prospettiva di studiare il moto di un pendolo, in sé e per sé, non è particolarmente intrigante. Ma serve, serve per capire cose molto più difficili, molto più avanzate, per arrivare a poter sbattere la testa su visioni inconcepibili che richiedono un’enorme ricchezza d’immaginazione. E niente, per farlo bisogna partire dal pendolo.

    I professori questo dovrebbero trasmettere, sono cose che vi apriranno il mondo, che renderanno la vostra mente elastica al ragionamento, che vi permetteranno di accedere ad una conoscenza sempre più elevata ed ostica. Ma per mandare questo messaggio ai ragazzi il metodo giusto non sarebbe di svilirli spiegando velocemente concetti che, per alcuni, potrebbero non essere mai stati visti.

    Il punto, in realtà, è che di professori molto bravi sarà difficile trovarne. Magari di esperti eccezionalmente brillanti nel loro campo certamente sì, ma bravi insegnanti non è detto. La motivazione va trovata dentro di sé, la propria strada, il proprio ritmo e il proprio metodo. Non dico di aver trovato i miei, ma mi rendo semplicemente conto che solo da sola posso capire l’importanza e la bellezza di ciò che studio.

    E qui entra in scena un altro problema, ritornando all’ottusità della mia mente. Come vivere lo studio? Mi sono ritrovata ieri a guardare un gruppo di ragazzi al bar dell’università che facevano colazione e ridevano tra di loro. Ho pensato che fosse veramente bello e veramente strano che questi ragazzi riuscissero a studiare ed essere felici allo stesso tempo. Ecco, questo non è un tipo di pensiero adatto. Lo studio non è una cosa piacevole, su questo siamo tutti d’accordo. E voi tre sociopatici che riuscite a trovare invogliante la prospettiva di studiare, beh, diventerete dei geni ma non avete fatto molti aperitivi nella vostra vita. Studiare può essere gratificante, quello sì, ma di certo non è la prima cosa che vorremmo fare la mattina. Credo che il trucco consista nell’inserire lo studio nella propria routine, è più facile fare delle cose sgradevoli quando sono delle abitudini. Anche andare in palestra è difficile all’inizio, ma con calma si riesce a prendere il ritmo, ad abituarsi e dopo un po’ diventa un rito al quale si rinuncia mal volentieri. Il concetto è il medesimo, solo che in questo caso, oltre alla forza di volontà e il culo, va allenata la forza di volontà ed il cervello. Non vi do torto, è mille volte più difficile sviluppare le capacità di concentrazione quando e come vogliamo, per il tempo che vogliamo, nessuno è perfetto e bisogna escogitare degli stratagemmi. Non nascondetevi dietro alibi e istinti di autofustigazione del tipo “non sono fatto per studiare”. No, amici, fidatevi, sono stupide voci. Io le ho ascoltate per fin troppo tempo ed hanno l’unico odioso scopo di rallentarvi, di trovarvi una scusa per non fare ciò che dovreste. Il cervello è pigro, non vuole fare eccessivi sforzi, preferisce investire tutte le sue energie nel dirvi che siete delle merde piuttosto che concentrarsi mezz’ora sul paragrafo che parla del momento di inerzia. Non dovete perdervi d’animo, è un’abilità che va allenata, e c’è chi la possiede innata, chi riesce a studiare otto ore di fila senza stancarsi, senza cali di motivazione, chi capisce tutto subito e nell’istante in cui decide di mettersi a studiare lo fa. Beh, non siamo tutti così, non ha senso affliggersi e dare inizio a castelli di confronti con persone che abbiamo deciso essere migliori di noi. Sono migliori in quello, non in ogni cosa, voi magari riuscite a parlare con la ragazza che vi piace e chiederle di uscire mentre loro sono ancora lì che la guardano da lontano. Che ne sapete? Ognuno ha il suo. Per cui, mettersi il cuore in pace e rimboccarsi le maniche.

    Camilla

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    Ritorno dopo mesi a scrivere qualcosa che non siano poesie deliranti. Devo ammettere che il delirio mi viene bene rispetto a tutte le prese di consapevolezza con cui sto cercando di confrontarmi. Mi sento in dovere di parlare di come sto vivendo questo primo anno di università, della sfida che per me costituisce. E forse bisognerebbe parlarne da un punto di vista umano, ci soffermiamo sempre tutti sulla difficoltà dello studio, sulla mole di materiale, sull’organizzazione, sulla complessità delle materie affrontate. Ma essendo una chiavica in ognuno di questi punti preferisco scrivere di quello che so fare meglio: introspezione, cercando di lasciare da parte l’agonia, la disperazione, i momenti di cupio dissolvi che sono irrilevanti per la causa. Partiamo.

    Quest’anno ho intrapreso un nuovo cammino con due piccole certezze al mio fianco, piccole ma solide: che il mio ragazzo mi amasse, e di essere capace di studiare. Entrambe si sono frantumate in pochi mesi. Sulla prima non mi soffermerò, le cose a volte devono per forza andare in un certo modo e per quanto sia doloroso col tempo si capisce cosa c’era di sbagliato e ci si rende conto di essere più forti di quello che ci si sarebbe aspettati. Ci sono difficoltà che, sul momento, temiamo ci spezzino, e invece poi scopriamo di essere in grado di affrontarle, con il nostro tempo, da soli possiamo curarci le ferite ed imparare. Questo è stato il primo pilastro che è crollato e ha reso le cose un po’ più difficili. Il secondo invece, non è andato in mille pezzi così di botto, più che un’esplosione è stata una lenta implosione, una sorta di emorragia interna. Credevo che impegnarsi sarebbe stato facile, e invece ho scoperto che il difficile sta proprio lì.

    Lo svantaggio di frequentare una facoltà come fisica è che si conoscono una serie di soggetti che, per forza di cose, sono super appassionati, super motivati, passerebbero ore e ore sui libri, ci si immergerebbero completamente e approfondiscono argomenti complicati per poter entrare nel vivo. E’ pieno di ragazzi che ammiro per la loro dedizione, il loro entusiasmo, a volte anche senza raggiungere risultati esorbitanti. Io non sono tra queste persone e questo è stato dall’inizio un punto di enorme frustrazione. La scelta di questa facoltà io l’ho effettuata per pragmatismo e curiosità, senza sapere bene a cosa mi avrebbe portato, ma con la consapevolezza che sarebbe stata un’enorme sfida che mi avrebbe aiutato ad abbattere molte barriere, a riconoscere e superare molti miei limiti. E sta avvenendo. O meglio, ora come ora li sto riconoscendo sti’ limiti, sul superarli probabilmente ci vorrà ancora un po’.

    Di che limiti parliamo? Il limite di darsi da soli delle regole, dei confini. Ce ne accorgiamo con lo studio. Darsi un tempo, farsi una scaletta, organizzare il tempo, i corsi da seguire, gli esami da dare. La quantità di cose da fare è troppa per permettersi di avere la mente in disordine. Bisogna sapersi dare dei vincoli perché con l’università entriamo in una dinamica in cui studiare diventa il nostro lavoro, non è più passare una verifica, ora abbiamo la libertà di scegliere cosa fare e la responsabilità che ne consegue. E’ un peso considerevole, per me lo è. E mi rendo conto dell’estremo disordine della mia vita, dei miei pensieri.

    Non avevo considerato che la mia mente non fosse abituata alla fatica. Ogni cosa al di fuori di uno schema è faticosa e il cervello fa di tutto per crearti degli alibi che ti evitino di faticare anche se ti devastano psicologicamente. Non riusciamo a concentrarci, non sappiamo bene cosa studiare perché ci sono troppe cose e non sappiamo da dove partire, vorremmo più tempo ma anche con più tempo ci prepareremmo di merda per quell’esame. Il cervello inizia a macinare: “non sei capace, questa non è roba per te, lascia perdere, non sei nemmeno in grado di studiare, ci riescono tutti tranne te. E cosa vai a fare se lasci l’università? La cameriera? La zoccola? Brava, vai a fare quello, è l’unica cosa che sai fare. Sei un peso per tutti, ti impegnassi almeno, stronza, invece di stare qua a piangerti addosso tutti i giorni. Patetica. Perché esisti? Dovresti morire, vorrei che morissi”.

    Questa è una delle conversazioni standard che ho con il mio cervello quotidianamente. Le cose che si arriva a dirsi a volte sono così cattive da distruggerci come una lunga serie di coltellate, e quando si è a pezzi, improvvisamente, si ha un valido motivo per non studiare. Sentirsi delle merde è sempre una scusa che funziona da dio per evitare la fatica, o di fare semplicemente quello che si dovrebbe. Quel gran figlio di troia del nostro cervello ha fatto uno sforzo immane per svilirci del tutto ma vigliacco il cazzo che impieghi le stesse energie per farmi imparare il teorema del momento angolare. Il bastardo.

    Ci si rende sempre conto di quello che non quadra tutto in una volta, e i problemi sembrano troppi, e il problema più grande sembra sempre che sia tu. Arriviamo a preferire di odiarci pur di non fare la fatica di tirarci fuori d’impiccio, di rimboccarci le maniche e fare qualcosa. L’importante è fare qualcosa e non lasciarsi fagocitare dalla vacuità dei propri pensieri. Ed ogni giorno ritentare. L’ho vissuto sulla mia pelle nell’ultimo periodo e sono arrivata a farmi delle domande. Perché faccio sempre gli stessi errori? Perché ogni volta che riprovo casco sempre nello stesso punto? Perché non mi viene naturale come viene a tutti? Perché il mio cervello continua a rifuggire il dovere e non sa darsi dei fottuti limiti? In nulla. Improvvisamente ti accorgi che quando hai piena libertà decisionale non sei capace di darti delle regole in nulla: col cibo, col sesso, col divertimento, con lo studio, con l’alcol. Niente. Subisci ogni cosa e se è divertente ti lasci trasportare completamente senza capire quando bisognerebbe staccare, se è difficile o impegnativa ti inabissi fino a stare male nei vortici astrusi della tua inadeguatezza.

    Sono stufa di andare a letto pensando di aver fallito, con la consapevolezza che per l’ennesima volta non ho tenuto duro. La vera sfida è andare avanti a combattere pur sapendo che perderemo. La vera sfida è combattere, sempre, a piccoli moderatissimi passi, e se ci accorgessimo di avere la tenacia di tener testa alle difficoltà impareremmo ad apprezzarci un po’ di più.

    Domani studio, una cosa vecchissima, per un esame che non passerò, con migliaia di altre cose davanti da fare e da imparare. Ma domani è un intervallo di tempo finito, e mi interessa di come dormirò domani sera, e non di tutti gli obiettivi che avrò o non avrò raggiunto tra tre anni. Domani sera. Voglio chiudere gli occhi e sentire che il tempo che ho non è andato sprecato. Che da ogni giorno riesco a dare un minimo di valore alla mia vita, un minimo di valore a me stessa.

     

    Camilla

  • E quando arriva la notte e resto sola con me

    La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché.

    Né vincitori, né vinti, si esce sconfitti a metà.

    L’amore può allontanarci,

    la vita poi continuerà.

     

    Ritorniamo in pista. Secondo semestre. Comincio inaspettatamente carica nonostante il cieco terrore che mi attanagliava appena prima di iniziare.

    Un evento particolarmente sgradevole che è stato protagonista della mia sessione di esami mi ha in qualche modo dato la spinta per affrontare questi prossimi mesi con un nuovo spirito. Il mio ragazzo mi ha lasciata, e fidatevi, mi sono trattenuta per evitare di scrivere un’infinità di poesie disperate, deprimenti ed una sfilza di post alla Bridget Jones maniera. Credo di poter affermare senza esagerazioni che le ultime quattro settimane sono state le peggiori della mia vita, almeno finora. Il dolore più atroce con il quale abbia mai avuto a che fare, e forse questo è dettato dal fatto che finora, nonostante i miei sbalzi d’umore, sono sempre stata abituata a stare bene. Mi sento di scrivere ora quest’articolo perché è il momento giusto, prima non avrei potuto.

    Quando le cose sono belle non ci si aspetta che finiscano, o che possano essere sbagliate. Non ce lo aspettiamo. Voglio tanto bene al mio ragazzo, non riesco nemmeno a definirlo ex, perché è stato per un lungo periodo anche il mio migliore amico, una persona che ha reso meravigliosi questi ultimi due anni e senza la quale pensavo di non trovare la forza. E’ e sarà dura convincersi del contrario. Ma forse questa scelta che ha preso vuole insegnarmi qualcosa. Finora entrambi ci eravamo nascosti l’uno nell’altra, nella nostra relazione, sotto le coperte al caldo, in un luogo sicuro dove potevamo sfuggire dalle nostre paure, dalle nostre insicurezze, dai nostri dubbi per il futuro. Ma lui si è reso conto prima di me che così non poteva andare, che stare insieme ci impediva di intraprendere un cammino, ognuno il suo. Bisognerebbe viaggiare su sentieri paralleli, tenendosi la mano e standosi vicini, affrontando ognuno le proprie difficoltà ma con il supporto e l’affetto dell’altro, e assieme, costruire qualcosa, guardare in là, in prospettiva. Noi eravamo fermi in un punto, invisibile e piccolo, nascosto dal mondo, senza andare avanti.

    E la paura mi ha bloccato. Ho pensato che senza di te non avrei potuto farcela. Per questo mi hai lasciato andare, per dimostrarmi che non è vero, per insegnarmi ad essere la prima a credere in me stessa. E l’hai fatto perché tu credi in me.

    Anche io credo in te, piccolo mio, buon viaggio.

    Camilla

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    Meno tre giorni agli esami. Primo weekend che passo da sola a Pavia, senza tornare a casa. Mi pesa non vedere le persone a cui tengo, soprattutto considerando il momento, ma date le circostanze è meglio così, perderei fin troppo tempo. Oggi la mia giornata è stata relativamente improduttiva, al bar tutto il giorno con un amico, ad inframezzare lo studio e la demotivazione con momenti di riflessione filosofica.

    I miei pensieri non mi hanno lasciata sola per neanche un istante. Sono così stanca di dover lottare con loro, con la mia testa che non fa altro che dirmi cose negative su me stessa e sulle mie capacità. Sono stanca di svilirmi. Sono stanca. Sono stanca di tornare a casa e pensare che avrei dovuto studiare almeno otto ore filate e se non l’ho fatto allora merito di andare male all’esame, anche al più facile. Tanto chiunque lo supererà meglio di me. Basta sentirmi dire queste cose da me. So già come potrebbe andare, cosa potrebbe accadere nella peggiore delle ipotesi ed il solo pensiero in sé mi terrorizza. Perché devo spendere tutte le mie energie a trovare validi argomenti per abbattermi? Del mio meglio. Dovrei solo fare del mio meglio. E c’è sempre quella vocina che mi dice che potevo fare meglio del mio meglio, che forse quello non è davvero il mio meglio, ma il mio meglio sarà quando tornerò a casa talmente distrutta da non cenare nemmeno. Perché ho quest’ossessione masochista di dover soffrire prima di essere soddisfatta? Oggi ho capito qualcosa, magari mi sono messa meno sotto con lo studio rispetto ad altri giorni, ma mi sono fatta spiegare dei concetti importanti, utili, è già un buon obiettivo, no? No. Non è mai, mai abbastanza. Starmene chiusa in casa a volte è di tale conforto, crea alla mia testa delle minuscole barriere che le impediscono di dar vita ad un severo confronto con chiunque mi si presenti innanzi.

    Stasera minestrina e poi letto. Per punirmi.

     

    Camilla

     

    NB: sfogo veramente inutile, so che non gioverà a voi lettori. Ritornerò presto con post motivazionali, giuro!

  • So beautiful.

    Punto della situazione: serenità insolita, serenità inaspettata, serenità sospettosa.

    Credo sia una sorta di “canto del cigno” psicologico, manca poco più di una settimana agli esami e sono tranquilla. Sto cercando da un paio di giorni di indagare su quest’inspiegabile stato del mio cervello ma niente, non c’è un valido motivo per stare tranquilli, eppure lo sono. L’unica certezza che mi rimane è che nel giro di ventiquattro ore dovrebbe tornare tutto alla normalità e ripiomberò nell’abisso delle mie angosce. Quindi credo che sia più che lecito crogiolarmi in questo stato d’animo finché posso.

    Ieri sera rasentavo il delirio, dopo un colloquio con un mio professore mi sono piazzata in biblioteca, distratta ma motivata sono rimasta fino alle sette di sera, una volta a casa, dopo aver lavato i piatti, preparato la valigia, fatto tutta una serie di cose poco da me, ho deciso di sedermi al tavolo e di finire i miei schemi. Vi spiego. Per me è strano mettermi a studiare nel mio appartamento di Pavia, lo considero come un piccolo rifugio e quando torno dall’università, dopo una giornata stressante in cui ho dovuto mettere a dura prova la mia autostima scervellandomi su concetti difficili, voglio solo rintanarmici, prepararmi la cena, guardare un film e crollare a letto. Se proprio torno presto mi metto a fare qualche esercizio, ma è raro, e solitamente lo faccio in preda a crisi d’ansia. Ieri è stato quasi adrenalinico, una botta di energia mi ha dato la carica per finire una volta per tutte quei dannatissimi schemi e non mi sono alzata da quella sedia finché non li ho finiti. Al termine ero esausta ma pienamente soddisfatta di me e della giornata, caso più unico che raro. E’ meglio che faccia considerazioni su me stessa in questi rari episodi di ottimismo cosmico prima di ripiombare nella paura.

    E’ incredibile come diventi difficile vedere tutti i lati negativi che si vedevano nitidamente prima quando si è in un momento buono.

     

    Camilla

     

    NB: l’immagine non ha senso, è che ho cercato “ottimismo” e mi è uscito questo elefante. Mi ci sono immedesimata molto.

  • Ho passato delle vacanze di Natale che non sono da considerarsi eccessivamente positive.
    O eccessivamente natalizie.
    O eccessivamente come dovrebbero essere delle dannate vacanze. Ma in ogni caso sono finite.

    E’ stato dal primo all’ultimo giorno un combattere quotidianamente contro l’angoscia per gli imminenti esami, contro il peso della propria inadeguatezza, contro concetti ostici da comprendere in tempi brevi. Ho impiegato più del doppio del tempo previsto per finire un argomento. E’ sempre suggestivo crearsi un piano di studi e sforare come se non ci fosse un domani. Ad ogni modo siamo arrivati al dunque. Questa sera tornerò a Pavia, al mio appartamento freddo ma accogliente, alla cupola del Duomo che la mattina si illumina di quella luce rossiccia quando il sole comincia a stiracchiarsi, al dipartimento di Fisica ed alla sua biblioteca un po’ triste dove passerò il prossimo mese e mezzo a studiare. Partire è sempre un momento che genera dell’agitazione dentro di me. Per quanto sia riuscita ad ambientarmi in questi mesi, ogni volta tornare a casa mi fa sentire la differenza, mi fa capire dove continua ad essere la vera casa. Sono le persone. Le persone che mi danno quel calore e quel conforto che non riesco a sentire quando sono a Pavia. Che non riesco a sentire perché so, ogni mattina, di dovermi affrontare, me da sola contro me stessa e contro i miei pensieri, contro il mio cervello e la mia paura che tentano continuamente di affossarmi, di indebolirmi, di farmi sentire stupida, inadatta. So che non è così, so che fallirò, e non sarà nulla di grave, perché il vero fallimento sarebbe arrendersi. Io non voglio arrendermi.

    E’ solo così difficile sentire ogni giorno di non essere abbastanza, che l’impegno non è mai abbastanza, che c’è chi si impegna di più, chi capisce di più, chi è più appassionato. Vorrei che la mia testa la finisse di dirmi cose cattive su di me, e si concentrasse solo su quello che devo fare. Mi interessa capire a fondo le cose, mi interessa comprenderne il senso, pian pianino e aprirmi degli orizzonti a prospettive inimmaginate. Sono disposta a non comprendere ogni concetto subito, ma con i miei tempi; sono disposta ad aspettare di superare gli esami dopo qualche tentativo; sono disposta ad impegnarmi, è dura, non sono mai stata abituata ad impegnarmi, ma posso riuscirci. Vorrei solo che non fosse così dura tener testa alle proprie paure ed insicurezze. Sono stanca di incassare male ogni colpo che mi arriva, per quanto piccolo. Vorrei riuscire a guardarmi giorno per giorno, senza cercare di vedere avanti, il futuro cosa sarà, voglio arrivare a fine giornata e provare la gratificazione di chi scopre qualcosa di bello.

    Camilla